racconto
Dalle trincee coi gomiti nel fango aveva scritto lettere piene di pianto, disperazione, speranza, amore. Non arrivarono mai a destinazione. Così quando fu congedato e tornò a casa senza una gamba, le ritrovò ben impilate, ancora sporche di fango, sul mobile dell'ingresso.Evelin, la governante, ogni mercoledì come stabilito, aveva spolverato e arieggiato le stanze; per due anni, tre mesi e 21 giorni.
Ethan si lasciò cadere sul divanetto a due posti e sondava la stanza come fosse un turista. Tentava di recuperare quei particolari cui si era aggrappato durante le notti insonni, coi piedi congelati e il terrore nel ventre.
Adesso che era finalmente libero e salvo, voleva riprendrsi la sua vita, la serenità perduta; ma come un naufrago si sentiva alla deriva di un posto lontano.
Negli incubi notturni vedeva la sua gamba amputata putrefarsi, tentava di prenderla ma non riusciva a raggiungerla e allora sfinito, vomitava copiosamente un siero rosa acceso; gli altri soldati guardandolo ridevano di lui ed infine sveniva, in un abisso di grida strazianti.
Si svegliava di colpo sempre allo stesso orario; alle quattro del mattino, con una precisione imcomprensibile.
Vagava per la casa sfinito e atterrito, in cerca di un Dio, di una risposta, o forse solo di un valido motivo per restare attaccato alla vita.
Arrancava dalla camera alla cucina, senza stampelle, aggrappandosi ai mobili, madido di sudore e trafitto da un senso sconosciuto di estraneità al luogo, a sè stesso, alla notte che lo inghiottiva e lo risputava fuori, senza tardare mai di un minuto.
Come per ogni cosa, anche questa disarmante angoscia ebbe una fine.
L'ennesima sveglia alle quattro di una notte d'aprile, egli non si mosse.
Decise che non avrebbe lottato contro quel presagio di morte, che sempre lo attanagliava e che lo constringeva a fuggire di stanza in stanza.
Tanto ormai sapeva che se anche lo aggirava, non era perchè lo aveva vinto, ma solo perchè il presagio lo abbandonava silenziosamente.
Questa volta - si disse, - non fuggirò, mi lascerò prendere... mi arrendo.
Lo sfinimento lo aveva finalmente costretto nella condizione di abbandonarsi al dolore. Aveva ceduto al terrore di morire, che ormai equivaleva al terrore di vivere.
L'insofferenza per entrambe le cose, era diventata un'incapacità totale di scegliere della sua vita. A poco a poco aveva smesso di mangiare, di lavarsi, di uscire. La depressione lo aveva placato e lo stava uccidendo lentamente, come fa un veleno preso a piccole dosi, giorno per giorno.
Con gli occhi secchi e le labbra serrate, vedeva sè stesso steso sul letto, storpio, grigio. Le ombre che lo tormentavano, vegliavano minacciose sul suo corpo patetico. La pelle accapponata, la tensione dei nervi sembrava dovesse spezzarlo da un momento all'altro.
Dalle labbra inaridite uscì un rantolo faticoso - io muoio -, disse.
E mentre ancora il suono flebile di quel lamento, si aggirava per la stanza, sentì un gorgoglio indolore che scosse il suo stomaco.
Chiuse gli occhi mentre attendeva la morte e dopo un istante il fiato venuto da chissà dove, empì i polmoni accartocciati. Spalancò gli occhi e un pianto muto si mise a sgorgare dai suoi occhi stupiti.
Il mattino illuminò la piccola stanza e quel vago corpo steso sul letto.
La sua pelle smise di evaporare, le braccia e il volto si stesero e una luce materna invase il suo petto.
Sentì il cuore d'un tratto tornare a vivere, il sorriso fiorire sulle labbra.
Per una volta arrendersi alla vita lo aveva salvato.
Egli aveva chiesto di morire ed invece, stava nascendo.
Di nuovo.
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