l e t t e r a d i l i c e n z i a m e n t o


di francesca casella



io mi dimetto da voi, vicini di casa, presunti amici, dirigenti amministrativi, vicedirettori, manovali, probabili artisti, omosessuali, misogini, politicanti, cubiste, estremisti, finanziatori, usurai, giudici, magistrati, sbirri; io mi dimetto dal posto che mi avete assegnato nella collettività.


com’è che fate voi a stare nella vita gli uni accanto agli altri?


non riesco a reggere l’assurda vacuità dei vostri umori, assoggettati all’astrologia più che alla vita.


io mi dimetto e sono fiera (almeno per un attimo), di non essere licenziata da voi.


io mi dimetto dalla bassezza, dalla noia della perfezione, dalla virulenta arroganza del vostro ego.


io mi dimetto e provo a vivere delle mie idee, anziché dell’incertezza di cosa e come devo essere: e se un giorno mi accorgerò d’aver creduto nelle idee sbagliate, d’esser stata derisa a ragione da voi, farò come dice de andrè: moriamo per delle idee, vabbè, ma di morte lenta, ma di morte lenta.


vi detesto come detesto la domenica e le festività religiose, quando vi vedo, mastini in calore con la bava alla bocca, ingiacchettati per l’occasione, stipati in auto lucidate, prese con il finanziamento 120 rate e coi cari saluti della finanziaria che vi ha infilato il medio in quel posto, e con accanto le vostre mogli che sembrano lacci emostatici e, i vostri figli, sul sedile posteriore, vermi solitari di ventri ammalati: l’acqua di colonia si sparge insieme al piombo delle vostre parole.


questo modo di vivere mi fa sentire l’australiana nelle ossa, perché non riesco ad ascoltare la radio che gorgoglia spot pubblicitari per le creme che tirano su le chiappe, e per gonfiare le labbra di donne dalla dubbia femminilità. io non riesco più a sorridere in faccia alla gente che non sa che cos’è l’umorismo, né a sorridere con chi si crogiola della vincita di 500 fottuti/inutili euro, non ce la faccio a reggere i complimenti per i pantaloni che indosso (complimenti per cosa poi?), né a sopportare lo sguardo di sfida delle donne che non vivono altro che della loro bruttezza.


io voglio ascoltare storie che mi appaiano misteriose, nelle quali io possa affondare la mia ingorda passionalità, e di nuovo confermare la mia ingoranza, poiché amo l’idea che non mi basterà una vita per conoscere l’immensità di questo mondo che ci ospita e che, nonostante tutto, continua a regalarci motivi per vivere e per rendere straordinaria la nostra esistenza.


voglio andare a vedere le balene nella baia califonia, voglio seguire il volo delle anatre che emigrano, voglio vedere l’orso pescare nelle rapide. voglio conoscere i reporter di guerra, fare domande a chi ha visto la miseria della fame e ce l’ha fatta a vivere fino ad ora; voglio avere paura nella steppa siberiana; collassare nel deserto del darfur; voglio ascoltare qalcuno che ha preso una posizione difficile e che, nonostante le controversie, ha continuato a gridare.


voglio essere messa al mio posto dalla natura, da questo mondo che mi ospita, che ha il comando sulla precarietà della mia vita, dei miei beni, poiché Lei, non si può corrompere.



13 marzo 2009

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