L'UOMO CHE NASCE

L’uomo che nasce
Di notte vengono strani pensieri. Passata l’ora del sonno il corpo attinge dalla batteria di scorta. Vegliare quando dovresti dormire è la cosa peggiore per un uomo che ha dei rimorsi.
Si era messo a pensare (di nuovo) alla sua ex moglie, così bella e infelice quando stava con lui ed ora, invece, così radiosa insieme ad un altro. Sapeva cosa aveva sbagliato e quando ci pensava la gastrite gli incendiava lo stomaco e si immaginava solo per il resto della sua vita.
Un uomo vive nel mondo esattamente come vive in sé stesso, e lui non sopportava più nemmeno l’immagine di sé.
Aveva perso il lavoro a causa della recessione e s’era deciso di vivere dei propri risparmi fino all'ultimo e poi si vedrà, pensava. Aveva fatto per bene i calcoli e la conclusione era che, se avesse fatto la spesa al discount sotto casa, e non avesse usato più l’auto, avrebbe vissuto senza lavorare almeno un altro anno e mezzo. Aveva anche deciso che non avrebbe fatto altro che stare a casa, guardare la tv, fumare e dormire. Non cucinava più da mesi, mangiava cose in scatola senza scaldarle. La tapparella abbassata, l’olezzo denso di spazzatura. Scriveva ogni tanto una lettera alla sua ex moglie e la terminava sempre senza mettere la firma, poi la riponeva nel cassetto insieme a tutte le altre. La camera in cui viveva dopo la separazione era piccola: una finestra, un piccolo bagno, un angolo cottura. Per camminare nella stanza doveva sollevare le ginocchia per evitare gli scatoloni ancora pieni, lasciata lì, nella stessa posizione da mesi. Oltre al lavoro aveva perso l’unico amico che aveva, il quale, si era arreso a tutti i suoi no e a tutte le volte che si era negato non rispondendo alle telefonate o fingendo di non essere a casa.
- Suicidarmi non è una soluzione – pensava stando seduto sul letto il quale, oramai, era diventato un ripostiglio lercio di abiti usati.
– Ritrovare la mia anima non so come si fa – e non aveva idea di cosa si intendesse veramente per ritrovare, né cosa si intendesse per anima; l’aveva letto su una rivista di psicologia. Come si fa a risalire un fiume arido per metter le mani sulla diga e tornare a scorrere insieme alla propria vita?
I libri.
Nei libri sapeva che si trovano molte risposte. Gli scrittori sanno cose che andrebbero dimenticate, se non fosse per la frenesia con cui incidono i fogli bianchi. Uno scrittore è un uomo con la memoria da uomo e il cuore da elefante: è in grado di sentire i più fiochi riflessi della vita ed elaborarli fino a renderli lucentezza. Egli comprende ogni cosa per un solo istante e nessun’altro uomo può farlo. Un uomo nasce scrittore ed educatore di massa allo stesso tempo. I grandi classici sono molto più che storie raccontate bene; sono come autopsie sui corpi dell’animo umano, atte a istruire gli uomini sulla natura di loro stessi.
Spense la tv. Gettò le scarpe nel buio di un angolo della camera. Prese il libro dimenticato sul comodino molto tempo prima: “Una vita” di Italo Svevo.
Quindici sigarette dopo, chiudeva con una lacrima l’ultima riga, all’ultima pagina. Lo depose sul comodino, si allungò sulla mensola sopra il letto e agguantò “On the road”. Un litro di caffè dopo lo chiuse sull’ultima riga, all’ultima pagina, con lo sgomento in gola.
Si alzò sgranchendosi le gambe e le braccia, aprì la dispensa e prese una scatola di pesche sciroppate e un sacchetto di schiacciatine artigianali; le ultime due cose non scadute. Divorò tutto tra le pagine trasognate di “Oceano mare” di Alessandro Baricco.
Due ore dopo, si tolse i jeans e il maglione e si infilò sotto le coperte. Aprì alla prima pagina e lesse ad alta voce:
“Una delle poche cose, anzi forse l’unica ch’io sapessi di certo era questa: che io mi chiamavo Mattia Pascal.” Sollevò gli occhi dalla pagina e pensò di dirla mettendoci il suo nome.
“Una della poche cose, anzi forse l’unica ch’io so è di certo questa: io mi chiamo Benjamin Ludlum.” Il suono della sua voce nella camera lo stupì: non la sentiva così chiaramente da mesi.
- Benjamin Ludlum - replicò fra sé e sé. E il nome carico del peso di una vita, volteggiò nella stanza per qualche istante fino a spegnersi sul biancore della pagina.
“Il processo” di Kafka fu di certo quello più sconvolgente. Dopo averlo terminato dovette sospendere la lettura. Fece una doccia lunga e bollente, mise i panni in lavatrice, aprì le finestre e per un minuto annusò il freddo della sera ad occhi chiusi. Sistemò le scarpe nella scarpiera, gettò tutti i rifiuti che erano sparsi per la camera nella pattumiera, passò uno straccio per la polvere sul televisore, sul tavolino, sulla libreria. Richiuse le finestre e si gettò di nuovo sul letto. Aprì “Il dolore perfetto” di Ugo Riccarelli.
Quella notte e per tutto il giorno seguente, lesse quattordici romanzi di epoche ed autori diversi e in ognuna di quelle storie, riconobbe un poco di sé stesso.
Capì che un uomo è sempre solo, che il mondo, come Dio, è uno solo, che l’amore è universale anche quando si manifesta in modo bizzarro, che la vita va presa esattamente come viene e che la malinconia, la rabbia, la vendetta, il rancore, la maldicenza, fanno perdere un sacco di tempo e che per deviarle, bisogna fare molto altro: lavorare, studiare, camminare molto, cantare, mangiare bene, avere qualche vizio innocuo, vedere tanti film, spegnere la televisione, leggere e ascoltare una quantità smisurata di buona musica. Lui di tutte queste cose ne aveva fatte poche. Cominciò dalla cosa più semplice.
Mangiare bene.
Si vestì con cura. Spense le luci e prese l’auto.
Guidò sino in Farrel St. dove comprò un mazzo di narcisi. Imboccò Thompson Avenue e quando giunse al numero 126, si fermò.
Scese dall’auto e guardò l’orologio. Le sei della sera. Diede uno sguardo alla splendida casa bianca in stile coloniale. Prese la bottiglia di Chianti, regalo di natale dell’amico perduto, e il mazzo di fiori. Camminò sul vialetto sistemandosi la giacca, come se stesse per presentarsi alla famiglia della fidanzata del liceo. Quando fu davanti alla porta suonò il campanello.
Attese. Attese.
La porta bianca si aprì:
“Ben…”
“Ciao Terence. Ho pensato di ricominciare la mia vita dalla cosa più semplice: mangiare bene. E ho capito che mangiare bene significa mangiare qualunque cosa, in qualunque posto, con l’unico amico che mi sopporta.”
Terence sorrise, prese la bottiglia e i fiori e disse:
“Ma se c’è del buon vino è molto meglio."
La porta si richiuse alle loro spalle.
La vermiglia sera s’acquattava oltre il giardino e la nottata che seguì, fu perfetta.
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