C'è stato sicuramente un errore


Te ne sei andato coi botti di capodanno. E chi se lo aspettava? Dicevi che non volevi invecchiare, lo hai chiesto e ti è stato dato. 
Adesso che stanno liberando dalle tue cose l’appartamento in cui vivevi, le tue sorelle imprecano per la sporcizia che hai lasciato. Ah! Le donne di quella famiglia son così – ha detto mia madre. Io se mi metto nei loro panni e penso che potrei perdere mio fratello o mia sorella, mi viene da vomitare; perciò cancello il pensiero e mi immagino che forse quelle non sono le tue sorelle. C’è stato sicuramente un errore.
Tu non sei stato un uomo cattivo. Devo dire che se metto in fila tutte le cose che so, dico che sei stato un uomo buono. Eri un gran fischiatore; non c’era canzone che tu non fossi in grado di riprodurre col tuo fischio, perfetto nella tonalità, completo di sfumature e sottigliezze degne di uno strumento musicale suonato dal più talentuoso dei musicisti. Avevi una forza nelle braccia, nonostante la tua bassa statura, da far rabbrividire il peggior megalomane da palestra e, ricordo quella volta che ti arrabbiasti perché non trovavi gli occhiali da lettura e prendesti la rubrica telefonica di Mantova e la strappasti in due parti, con pochissimo sforzo. Subito dopo io ti dissi che gli occhiali da lettura li avevi in testa, appoggiati sulla fronte. Ridesti dopo qualche minuto, con una risata a denti stretti, quasi ti vergognassi di quella sceneggiata napoletana. 
Eri un gran cuoco. La selvaggina cucinata da te era il più prelibato dei piatti; non si gustava il retro gusto del selvatico, eri in grado di estrarre solo la parte più buona della carne. E poi il brodo con occhi di unto grandi come uova, ma che buono era! E la pastasciutta, ricca e colorata. 
Eri una gran lavoratore. Da ragazzo avevi solo la bicicletta e percorrevi decine di chilometri al giorno per andare a lavorare in fabbrica. Hai imparato a fare le scarpe, a tirar su muri dritti come fusi e a mandar giù dei magoni grossi come cachi. Era la vita di allora; è la vita di adesso e forse non ti mancherà. Eri bravo a raccontare le barzellette, anche se negli ultimi anni devi aver avuto un gran mal di gambe per via del diabete, di cui non ti sei curato e che per prima cosa si è portato via un paio di dita del piede. Ma ti aveva mangiato anche il cuore e, quando i medici (che tu odiavi), se ne sono accorti, era troppo tardi.
Ti hanno seppellito ieri l'altro. Nessuno dei tuoi figli era presente. Non so se sei stato un buon padre. So che hai fatto del tuo meglio e per loro non è stato abbastanza. Ti sei sposato molti anni fa con una donna orrenda, non tanto nell’aspetto fisico, quanto come valore umano. Non sapeva cucinare, non puliva la casa, non curava i figli, dormiva fino a mezzogiorno, non si lavava, e ti ha pure tradito. Perché ti sei portato a casa un rifiuto umano? I tuoi figli sono cresciuti con te perché lei se ne andò dopo 5 anni di matrimonio, con un collega di lavoro, troglodita e dagli occhi bovini. Ho visto una tua foto qualche anno fa; eri magrissimo, con il viso scavato. Mio padre disse che quella foto fu scattata dopo che tua moglie se ne andò di casa. Avevi due figli piccoli; la mattina ti svegliavi per vestirli e mandarli a scuola, poi andavi al lavoro. Tornavi a pranzo dopo essere andato a prenderli, cucinavi e tornavi al lavoro. La sera stiravi, cercavi di tener pulita la casa, parlavi coi tuoi figli che ti odiavano perché avevi lasciato andar via la loro madre. Avrai cercato di farti perdonare e si sono messi nei casini appena adolescenti. Piccoli reati, niente di grave, ma il lupo perde il pelo ma non il vizio e alla fine, appena maggiorenni, sono stati condannati a pene più pesanti. E sono emigrati in Germania, dove non potevano prenderli.
Hai continuato a lavorare, a metterti la brillantina sui capelli, a raderti con precisione, a stirare meglio di una donna le camicie, a cucinare; in seguito hai amato una donna dolce e assoggettata alla sua famiglia che la voleva zitella.
Hai continuato a crederti un uomo forte, quando invece avevi il cuore di burro.
Certe domeniche sei venuto a casa nostra, senza preavviso, con borse piene di spesa, a cucinarci per noi. Per Santa Lucia mi portasti il regalo più bello, una bambola che avevo sognato per mesi. La carta da regalo era bellissima e sapeva del tuo profumo. Se chiudo gli occhi lo sento. Amavi me e mia sorella e mio fratello. Forse le figlie che non avresti voluto? Più inclini alle coccole. Quando mia sorella aveva un anno, la prendevi tra le braccia e le chiedevi – mi ami? E aspettavi con gli occhi pieni di dolcezza che lei rispondesse. Da allora ti abbiamo chiamato Zio Miami. E ci sei rimasto nel cuore, anche se, dopo la separazione di tuo fratello da mia madre, non sei più venuto tanto spesso. Ne hai sofferto anche tu. Come se fosse tua la separazione, di nuovo.
So di te e di quello che è successo con la nonna; di quel terribile incendio che le ha rovinato la vita. Avevi vent’anni e dopo di allora, non l’hai più vista. Le tue sorelle hanno creduto che te ne fossi fregato. Povere cretine. Era il tuo cuore di burro.
Hai patito la fame e l’abbandono di un padre alcolista morto giovane. Hai patito per l’incidente con tua madre, per l’odio delle tue sorelle, per la dissipazione della tua famiglia, per la dissolutezza dei tuoi figli. Credevi in Dio?
Se non credevi in Dio, come hai fatto ad andare avanti?
Mi vuoi bene, anche io te ne voglio e sono felice che sei Lì. 
Adesso tutto ti sarà più chiaro e i dolori che hai masticato, saranno resi leggerezza, sapienza, gioia.

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