Vorrei tanto passare l'estate a casa della nonna; giocare nel viottolo cintato da mura, con gli scorpioni e le api. Mangiare le schiacciatine con lo strutto nel sacchetto con la scritta blu, annusare l'odore delle pesche nelle scatole di legno e sentire la fragranza dell'abbraccio della nonna. Vorrei passare l'estate come venticinque anni fa, quando il tempo non passava ed era solo “tempo”, una specie di normalità silenziosa che non preoccupava e non immalinconiva; ed avevo le mani piccole e forti e avevo duemila pensieri irreali e un certo numero di identità che vivevo in mondi diversi, dove anziché camminare volavo. Darei persino un anno della mia vita per rivivere un'estate di quel tempo, di quando non portavo il reggiseno e le curve non erano un problema, di quando avevo solo un paio di sandalini e non mi importava dei colori da abbinare. Darei volentieri quell'anno di vita per rivedere la sagoma a fiori di mia nonna, entrare nel misterioso negozio del pane a prendere il bombolone fresco per la colazione, salutare la Rosa, grande e buona dietro il banco. Darei un anno di vita per dormire come dormivo, continuativamente per tutta la notte, senza sogni agitati, con il suono del gallo alle quattro di mattina. Darei un anno di vita per correre come correvo, a perdifiato, senza stanchezza, senza provare fastidio del sudore, del calore, salire sull'argine e vedere l'Oglio scorrere esattamente in linea col suo nome e ridiscendere al suono delle campane del mezzogiorno per apparecchiare la tavola, le tagliatelle, il formaggio, la macedonia, la nonna a tavola, col grembiule bianco, i grossi polsi adatti alla fatica.

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