sabato 7 novembre 2009
Ore otto e venticinque del mattino. L'autostrada piatta attraversando parte della Lombardia e gran parte del Veneto. La mèta è quasi raggiunta. Fermata brevissima all'autogrill; coda per lo scontrino, coda per il cappuccino, coda per il tavolino. La gente si accalca ovunque ingozzandosi di brioche e panini come se li aspettasse un viaggio attraverso un deserto infinitamente esteso e arido.
Un uomo enorme mi precede alla cassa, pochi radi capelli unti, maglione con un gioco di cornice greca dai colori sbiaditi, ti aspetti che si compri una ciambella ripiena e un latte macchiato e invece, con una voce da sopranetto, ordina una spremuta e una brioche integrale. Mi affaccio al bar e con il miglior sorriso che posso offrire in questo lunedì nebbioso, chiedo brioche alla crema e cappuccino. Negli autogrill il cappuccino è sempre buono, questa volta no; c'è forse troppo caffè o è proprio il caffè che è del giorno prima. Faccio colazione lentamente, e osservo le persone che si accalcano attorno a me. Volti stravolti, rassegnati. Agguanto il giornale, pago ed esco sparata dall'autogrill. Mentre mi accendo la sigaretta raggiungo l'auto. Un lavavetri mi ha lasciato gli spazzolini alzati ed ora mi sta raggiungendo per avere la mancia; rovisto nella tasca del cappotto, trovo due euro e per un attimo penso siano troppi, poi mi vergogno del pensiero e glieli porgo: avrà forse 35 anni, un'espressione da funerale e la pelle di un vecchio. Lo guardo solo un istante negli occhi, ha uno sguardo che ferisce e a voce bassa dico -buona fortuna. Lui ringrazia ma io ho già chiuso la portiera. Lascio alle mie spalle l'autogrill e mentre mi immetto nella corsia lancio un'occhiata allo specchietto, come se potessi vedere ancora il lavavetri e la pena mi attanaglia lo stomaco; sarà stato il cappuccino.
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