sabato 7 novembre 2010

ore otto e venticinque del mattino. l'autostrada corre piatta attraversando parte della Lombardia e gran parte del Veneto. la méta è quasi raggiunta. fermata brevissima all'autogrill; coda per lo scontrino, coda per il cappuccino, coda per uscire. la gente si accalca ovunque ingurgitando quantitativi spropositati di cibo, quasi fosse che il viaggio è attraverso un deserto infinitamente esteso e privo di oasi. invece siamo nel Veneto la regione più florida d'Italia. un grassone mi precede alla cassa; sulle sue spalle spioventi forfora bianca, mi imbarazza, pochi radi capelli unti, maglione non volutamente vintage con fantasia greca ormai deforme. ti aspetti che si cibi di una spremuta e una brioche integrale, tanto per dimostrare che alla salute comincia a tenerci, invece poco dopo lo ritrovi al banco bar, con un bombolone alla crema nella mano destra e una pinta di caffèlatte nella mano sinistra; sul suo faccione un'espressione estasiata che fa pensare ad un coito con la crema. mi affaccio al bar e con il miglior sorriso che posso offrire, nonostante la giornata che mi aspetta, ordino brioche e cappuccino. negli autogrill il cappuccino è sempre buono, ma questa volta no. c'è forse troppo caffè o è proprio il sapore del caffè che sembra quello riscaldato del giorno prima. fa niente, meglio andare. agguanto il giornale, pago ed esco sparata dall'autogrill. mentre mi accendo la sigaretta raggiungo la mia auto. un lavavetri mi ha lasciato gli spazzolini alzati ed ora mi sta raggiungendo per avere la mancia; rovisto nella tasca del cappotto, trovo due euro e per un attimo penso siano troppi, poi mi vergogno del pensiero e glieli porgo: avrà forse 35 anni, un'espressione rassegnata e la pelle di un vecchio. lo guardo solo un istante negli occhi, il suo sguardo può ferirmi e a voce bassa dico: buona fortuna. lui ringrazia ma io ho già chiuso la portiera.

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